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Le storie dei Local [Why Non]

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Le storie dei Local per il progetto Why Non 

Questa volta non siamo alla ricerca di spot commerciali, sviolinate turistiche, cartoline di luoghi da sogno. Siamo alla ricerca di 6 filmmaker che abbiano fame di esperienze.Prendetevi qualche minuto per leggerle, sono storie particolari, che parlano di esperienze passate e di sogni futuri, sono storie autentiche di persone che abitano la valle.
Scegliete la storia che più vi colpisce e vi ispira, poi scoprite il Brief e spiegateci come e perché la vorreste raccontare in un video.

Il malgaro filosofo

1

L. fa il malgaro, vive a 1800 metri di altitudine, sulla catena montuosa delle Maddalene, con
la sua famiglia e i suoi animali.
Ha scelto di mettersi in gioco di lavorare e faticare per quello che ama di più, il suo territorio
e le sue montagne; per produrre in modo naturale e di qualità.
La sveglia alle 4, potrà sembrare una scelta di vita radicale, finché non si assiste ad un’alba
in cima alle montagne, circondati soltanto dagli animali e dal suono del vento.
Ha fatto tutto questo senza rinunciare all’altra sua grande passione, la filosofia.
L. infatti sta studiando, si prepara a diventare personal coach; al contrario di quello che si
potrebbe pensare la vita in montagna non è isolamento e chiusura. Chi vive veramente la
montagna ha uno spirito libero e aperto alla collaborazione, all’altro.
Alla malga lo aiutano dei ragazzi provenienti da altri Paesi, che lo supportano nella gestione
della stalla e delle bestie e con i quali le occasioni di confronto e di discussione non mancano
mai.
L’integrazione è importante, L. insegna loro un mestiere e i valori del lavoro e del sacrificio
e in cambio raccoglie storie di vita da tutto il mondo, che lo arricchiscono e lo mettono in
contatto con culture e modi di pensare diversi.
Questi sono i valori del nostro malgaro filosofo: impegno e dedizione, mentalità aperta e
voglia di crescere e soprattutto aiutare gli altri a trovare la propria strada per la felicità,
proprio come ha fatto lui. Con la sua famiglia.
*Periodo shooting: prima metà di Luglio 2019.

Il primario barcarolo

2

G. è nato in pianura ma fin da piccolo ha amato la Val di Non, dove ha passato delle estati
con la famiglia.
Si è laureato in medicina e dopo qualche anno è riuscito a trasferirsi nella valle, diventando
primario di ortopedia dell’ospedale locale.
Anche quando lavorava in ospedale ha sempre avuto la passione per il legno, che ha
alimentato con le conoscenze acquisite nell’area alpina, un posto in cui il legno non manca
e che è già stato una miniera per la costruzione di barche nelle epoche passate.
Da quando è in pensione si dedica alla costruzione di carche e catamarani, che crea nel
suo garage/laboratorio. Per lui non è solo una questione di riprodurre modelli classici di
barca, ma anche di dare sfogo alla fantasia.
Una volta ultimate, trasporta le barche sulle rive del lago di Santa Giustina e ne testa la
funzionalità, la resistenza e le opportunità esplorative. Il lago è per G. un luogo importante:
lo ha percorso in canoa fin dagli anni ‘80, ne è stato uno dei pionieri.
Si tratta di un bacino artificiale (il più grande del Trentino), impreziosito dalla presenza di
stupendi (quanto poco conosciuti) canyon. Non è mai stato vissuto realmente dai valligiani,
che lo “sentono” come diga.
Il suo modo di godersi il lago permette di aprirlo all’immaginazione di tanti altri.
G. fa anche parte della Lega Navale Santa Giustina, un gruppo che promuove un uso
sostenibile e consapevole del lago, attraverso incontri, esplorazioni, condivisione di
imbarcazioni e attività artistiche. Questo è il suo modo di incoraggiare gli altri a godersi il
lago.
*Periodo shooting: Giugno 2019.

Gli archeologi estremi

3

A. e L. sono due fratelli, cresciuti insieme in Val di Non. Da sempre appassionati di computer
e archeologia, in un tempo in cui essere dei giovani nerd non era così fico come lo è adesso
e in un luogo dove essere giovani nerd era ancora peggio.
Dopo la laurea in archeologia fondano Arc-Team, una piccola azienda che sfida le
“multinazionali” dell’archeologia operando tramite software libero open source e tramite
open hardware.
Sono tra gli sviluppatori del sistema operativo ArcheOS, basato sulla piattaforma Linus e
ottimizzato per il lavoro archeologico, nonché fondatori di ArcheoFOSS, un festival che
riguarda queste tematiche
Dal 2006 avviano una nuova branca di ricerca, l’archeorobotica: sviluppano droni aerei e
sottomarini per l’esplorazione archeologica. Con questi strumenti hanno fatto delle ricerche
in Georgia e Iran.
Un’altra delle branche di cui si occupano è l’archeologia forense: a partire da resti scheletrici
o dalle mummie, ricavano ricostruzioni craniofacciali della persona dopo secoli o millenni
dalla loro sepoltura.
La curiosità verso il passato e le nuove sfide li ha anche spinti a specializzarsi in operazioni
estreme di archeologia glaciale, archeologia di alta montagna (sul fronte dolomitico della
Grande Guerra), speleoarcheologia e archeologia subacquea (che ha permesso loro di
individuare foreste sommerse).
È come se Indiana Jones non si limitasse alla frusta e a saltare da una jeep all’altra, ma si
mettesse anche la muta da sub, i ramponi e come se non bastasse guidasse i droni e
sviluppasse programmi informatici e nuovi linguaggi che ci aiutano a vedere il futuro,
interpretando il passato.
*Periodo shooting: autunno inoltrato 2019.

L’ostessa degli artisti

4

A. nasce e cresce in un paesino di 700 abitanti a quasi mille metri d’altitudine sulle Alpi. I
suoi genitori sono contadini e agricoltori.
D’estate la sua famiglia gestisce una malga dove portano le vacche a mangiare l’erba di
montagna. La madre, appassionata di cucina, decide di aprire un piccolo ristorante in malga
e propone pochi piatti tipici, cucinati con amore.
A. aiuta la madre in cucina, impara a preparare pietanze per tanti ospiti, apparecchia e serve
ai tavoli, gestisce la cassa fin dall’adolescenza.
A 14 anni si trasferisce a Trento, la città più vicina, per studiare grafica pubblicitaria, in un
appartamento che condivide con studenti più grandi. Qui entra in contatto col mondo della
musica e in particolare la scena punk hardcore locale.
Poi si trasferisce a Venezia dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Qui ha l’opportunità di
confrontarsi col mondo dell’arte contemporanea e al contempo di avvicinarsi alla grafica
d’arte, appassionandosi e conoscendo artisti di tutta Italia.
Per tutto il periodo universitario, pur sperimentando altre tecniche, approfondisce l’arte della
serigrafia, gestendo il laboratorio dell’Accademia fino alla sua partenza. Attraverso questa
tecnica A. riprende contatti col mondo della musica, stampando t-shirt e carte per diversi
gruppi underground. Ricomincia a frequentare la valle organizzando un festival di musica
psichedelica a cui si accede solo su invito nei boschi vicini a casa
Dopo 13 anni passati lontano dalla Val di Non, A. decide di ritornare. Prende in affitto una
casa nel suo paese natale e la adibisce a casa di residenze. A. invita artisti di diverso tipo
con il desiderio di metterli in contatto con gli artigiani locali e con il paesaggio (da lì si vedono
le Dolomiti del Brenta). L’intento è quello di creare collaborazioni, innovazioni, nuove
narrazioni montane.
*Periodo shooting: agosto 2019.

La pioniera del “tortel”

5

M. ha sempre vissuto a Mione di Rumo, una piccola frazione di 300 abitanti in una piccola
valle abbarbicata sulla catena delle Maddalene
Un tempo portava avanti la sua piccola azienda agricola. Le sue giornate erano scandite dai
ritmi delle mucche, del fieno e della coltivazione delle patate. La sera dava il meglio di sé
nella piccola cucina di casa dove elaborava le ricette dell’infanzia per il ristretto gruppo di
persone che occupava la sua sala da pranzo.
Un giorno si presenta l’opportunità di ospitare un gruppo di studenti di geologia di Padova
che devono passare un periodo ad esplorare la morfologia della zona. M. offre un alloggio
spartano e prepara per i ragazzi i piatti che ha sempre preparato per la famiglia.
M. scopre che il mestiere di ostessa le riesce molto bene. I ragazzi sono entusiasti della sua
cucina e della sua indole estroversa, M. si trova bene a nutrire i ragazzi e dialogare con loro.
Decide dunque di aprire il primo agritur della zona: pochi tavoli a disposizione nella sua
stube, piatti tipici preparati con ingredienti locali, del buon teroldego e chiacchiere a fine
serata. Bisogna considerare che, mentre ora i locali di questo tipo sono diffusissimi e di
moda, a quel tempo erano un’assoluta novità.
Ben presto, il fatto che si andasse a cena non in un ristorante ma nella casa di qualcuno
che cucinava ha suscitato curiosità anche tra i vip che soggiornavano a Madonna di
Campiglio. Poco alla volta l’Agritur Mirella è diventato sempre più frequentato, e M. è finita
anche in una trasmissione televisiva.
M. possiede un amplissimo e divertente campionario di aneddoti di questi trent’anni che
dona molto volentieri dopo cena, la sera di un capodanno ha dovuto lasciare mestoli e
grembiule per andare ad aiutare una sua vacca a partorire, gli ospiti hanno interrotto la cena
e dato una mano al vitellino…
Ora che il figlio fa il professore e fatica ad aiutarla come cameriere, a volte M. è stanca dei
ritmi frenetici della cucina. Poi guarda il calendario pieno di prenotazioni per un sacco di
tempo a venire, pensa alle persone che può nutrire e intrattenere e non può che esserne
orgogliosa.
*Periodo shooting: febbraio/marzo 2019

Da marketing manager ad apicoltore

6

M. ha lavorato per anni come responsabile marketing e comunicazione per una ditta locale
che produceva materie prime per l’edilizia. Orario d’ufficio, postazione d’ufficio, lunghe
ricerche su internet, interminabili telefonate e poi incontri con professionisti e fiere in giro
per proporre e consolidare il prodotto.
A un certo punto la sua ditta è in difficoltà e M. rimane a casa per un periodo. In questo
periodo si appassiona all’attività famigliare, l’agricoltura. Quando è il momento di rientrare
al lavoro, M. decide di abbandonare la carriera d’ufficio e tornare alle origini.
Nel frattempo M. si appassiona anche alle api. Apprezza i movimenti lenti e rilassati che
l’apicoltore mette in atto per maneggiare le parti dell’alveare, gode della condizione di
diventare parte di una nuvola che gli altri ritengono pericolosa ma in cui lui soggiorna con
serenità e soddisfazione.
M. ama le api non solo per il miele che producono e donano agli uomini per la loro salute
(oltre che per il loro gusto), ma soprattutto per il modello organizzativo che sta alla base
della loro coesistenza e della loro collaborazione, in cui ogni elemento della comunità è
consapevole e fautore del proprio ruolo.
Per M. la metafora dell’organizzazione dell’alveare è importante anche per la sua altra
attività, quella di formatore. Il connubio ambiente-frutticoltura è un argomento molto dibattuto
in una valle a vocazione agricola come la Val di Non. La gestione sostenibile dell’interazione
tra i due elementi (ognuno a suo modo imprescindibile) è la chiave per il futuro delle valli
montane.
Gli agricoltori e i frutticoltori di oggi non rispondono più agli stereotipi attraverso cui spesso
li descriviamo. Persone come M. portano avanti una riflessione su un territorio necessaria
per il futuro.
*Periodo shooting: Aprile 2019.

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